• CLINICA 231

Il presunto bilancio in rosso della 231 e le riserve del mondo industriale


Su “Il sole 24 ore” del 4 luglio Luca Garavoglia ha commentato lo stato di (im)maturità del D.lgs. 231/2001 a 17 anni dalla sua entrata in vigore.


Su una cosa ha certamente ragione; non si può dire che il paziente goda di ottima salute, ma non per sua colpa. Le accuse che gli vengono mosse, appaiono per certi versi eccessive e figlie di una diffidenza poco comprensibile a quasi vent'anni dall'inizio dell'era del societas delinquere potest. Si tratta di una sentimento piuttosto diffuso nel mondo industriale; l’applicazione dell’istituto a macchia di leopardo, poi, non ha aiutato a dissolvere i dubbi sulla sua utilità, ma ciò che più stupisce è l’errore di prospettiva su cui sembra poggiare il commento.

L’importanza della Responsabilità 231 e, di conseguenza, dei modelli organizzativi esimenti è da ricercarsi non tanto in quanti reati siano stati impediti ma, piuttosto quanti altri reati si sarebbero potuti evitare se si fosse data più ampia applicazione e diffusione al decreto legislativo e agli strumenti di prevenzione connessi. E’ di pochi giorni fa una sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato un sequestro preventivo ai fini 231 di oltre mezzo milione di euro per le condotte di un imprenditore qualificate come autoriciclaggio e quindi reato presupposto ex D.Lgs. 231/2001 (ne abbiamo parlato qui). Dietro i sequestri e le sanzioni ci sono evidentemente gravi danni all'occupazione, ai creditori delle imprese colpite, alle banche, all'intero circuito economico, insomma alla collettività.

La Commissione 231 in seno all'Unione Camere Penali Italiane, ha recentemente presentato un’indagine statistica dalla quale emerge un’applicazione limitata della responsabilità 231. Nei primi 10 anni dall'entrata in vigore il Tribunale di Milano (certamente il più attivo in materia) ha aperto all'incirca 400 procedimenti a carico di società e negli ultimi anni il trend è stabile con, in media, 40 iscrizioni annuali. Iscrizioni, com'è ovvio, non significa condanne.

Ma c’è un aspetto su cui le statistiche non possono far luce ed è la mai celata discrezionalità nell'iscrizione della persona giuridica che, secondo parte della dottrina sarebbe peraltro ammissibile in tale ambito stante la natura amministrativa del procedimento 231 (cfr. Bilancio di Responsabilità Sociale 2013-14, in www.procura.milano.giustizia.it). Se, come pare, molti PM ritengono opzionale l’iscrizione dell’ente è evidente che il Modello Organizzativo ha un ruolo fondamentale in tale scelta. La tesi secondo cui pochi pubblici ministeri si siano lasciati impressionare dal modello in giudizio non trova conferme nella prassi applicativa, anzi. Molti pubblici ministeri decidono (condivisibilmente) di non contestare le violazioni 231 proprio in ragione dell’adozione e della corretta attuazione di un buon Modello Organizzativo. E come è facile intuire, evitare un procedimento penale è di gran lunga preferibile rispetto ad un'assoluzione dopo anni di processo e stabilimenti produttivi sequestrati.

Ciò di cui ha bisogno la maturanda 231, con ogni probabilità, è una maggiore considerazione da parte di tutti gli operatori del diritto ma soprattutto una maggiore conoscenza della stessa fra gli imprenditori. La 231 non è un’astrusa costruzione tipica solo del Belpaese - è presente in molti ordinamenti europei come Francia, Spagna, Belgio, Germania, Regno Unito mentre negli Stati Uniti, fin dal 1909 è stata riconosciuta la responsabilità penale delle persone giuridiche – ma è una concreta opportunità di favorire lo sviluppo di una Corporate Social Responsability con evidenti effetti positivi per il business, per gli stakeholders e per la collettività.

Contributo a cura di:

Avv. Alberto Bernardi

#231 #modello231 #legalità

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