• CLINICA 231

C’è vita oltre il fallimento? Storia di un accanimento terapeutico



“Il capolavoro dell’ingiustizia è di sembrare giusto senza esserlo”

Questa frase viene solitamente attribuita a Platone anche se, per la verità, le mie ricerche per verificarne la fonte hanno dato esito negativo.

A chiunque l’abbia pronunciata o anche solo pensata va comunque riconosciuto il merito di essere riuscito a condensare in poche parole un concetto che spero condividerete dopo aver letto quanto sto per raccontarvi.

In una recente sentenza la Corte di Cassazione (la nr. 15788/2018) è tornata ad occuparsi delle vicende di una società dopo che ne sia stato dichiarato il fallimento.

Pur non trovandosi a rispondere ad un preciso motivo di ricorso la Corte scrive un paio di paragrafi sulla possibilità che una società fallita possa essere destinataria di sanzioni ai sensi del D.Lgs. 231/01.

La situazione è più o meno questa, per quanto qui interessa.

Procedimento per associazione a delinquere, dichiarazioni fraudolente basate su fatture per operazioni inesistenti e corruzione. Il Tribunale esclude la responsabilità ai sensi della 231 della società. La Corte d’Appello, su appello del Pubblico Ministero, ribalta la decisione condannando la società ad una sanzione pecuniaria di 250 mila euro in quanto priva di qualsivoglia modello organizzativo. Nel frattempo però, la società era fallita.

Poco male, penserete voi. Se è fallita sarà come dare una multa per divieto di sosta a un morto.

Non la pensa allo stesso modo la Corte di Cassazione che invece conferma la condanna a carico della società (nel frattempo entrata in liquidazione) e fa alcune precisazioni.

Innanzitutto il fallimento della società non determina l’estinzione dell’illecito 231/01; ma soprattutto il fallimento non è in alcun modo una situazione assimilabile alla morte del reo.

La procedura concorsuale prevede la sottoposizione della società ai poteri gestori di un pubblico ufficiale (il curatore) il cui compito è quello, ove possibile, di risanare l’impresa per farla ritornare in bonis. Conseguenza? Anche durante la procedura fallimentare la società rimane il soggetto passivo della sanzione.

Poco male, continuerete a pensare. Se è fallita significa che non c’era più alcuna disponibilità economica e quindi anche la sanzione rimarrà insoluta. Peraltro, le probabilità che una fallita ritorni in bonis (e quindi costretta a pagare) sono statisticamente esigue.

Ancora una volta la Cassazione la pensa diversamente.

Infatti, sostiene la Corte, la sanzione pecuniaria costituisce un credito privilegiato dello Stato il quale per recuperarlo potrà insinuarsi al passivo. Se per avventura la vendita fallimentare dovesse racimolare qualcosa, il primo ad essere soddisfatto sarà lo Stato.

Che significa questo? Significa che lo Stato ha deciso quello che sembra un vero e proprio accanimento terapeutico sulla fallita: la tiene in vita affidandola alle amorevoli braccia di un curatore per poi, una volta soddisfattosi, staccare la spina lasciando a bocca asciutta tutti gli altri creditori.

Prosegue la Corte: l’assoggettabilità alle sanzioni 231/01 della fallita trova una spiegazione nelle ragioni di politica criminale e cioè la legge ha voluto evitare che l’imprenditore facesse calcoli circa la convenienza della commissione dell’illecito contando sul fatto che poi il fallimento avrebbe messo una pietra tombale su ogni questione.

Ma è di fronte a queste parole che emerge il vero corto-circuito del ragionamento della Cassazione.

La procedura fallimentare (così come i reati che la tutelano) ha lo scopo di proteggere gli interessi dei creditori della società in crisi per fare in modo che gli stessi possano soddisfarsi; insistere ostinatamente nel "tenere in vita" una società al solo fine di applicare una sanzione pecuniaria per il cui recupero lo Stato scavalca tutti gli altri creditori, vanifica lo scopo stesso della procedura.

A ciò si aggiunga che, come ormai spesso accade, lo Stato aveva già messo le mani sul patrimonio dell’azienda: era infatti già stato eseguito un sequestro finalizzato alla confisca per equivalente del profitto dei reati, riducendo così sensibilmente i beni societari. Sul tavolo erano rimaste poche briciole sulle quali lo Stato, prepotentemente, intendeva soddisfarsi per primo per recuperare anche quanto dovuto a titolo di sanzione pecuniaria.

Nessuno contesta la legittimità di tutto ciò. Lo Stato si è mosso in applicazione di disposizioni di legge che la magistratura è tenuta ad applicare. Ciò che, sommessamente, ci si permette di criticare è l’evidente pregiudizio che ne deriva per il tessuto economico. Si tende ad ignorare, forse, che i creditori della fallita erano con molta probabilità fornitori che non hanno visto corrisposto quanto dovuto per il loro lavoro. Che questi fornitori avranno avuto dei dipendenti da retribuire, un mutuo, o a loro volta dei fornitori da pagare.

Insomma, si ignora che l’ostinata pretesa dello Stato e i (doverosi) privilegi dei propri crediti finiscono, talvolta, per fare più danni di una sanzione non pagata. Danni che, come nel domino, si estendono all’intero circuito economico manifestando così tutta l’ingiustizia di decisioni che sono “giuste” solo in apparenza.

Un modo per mettersi al riparo da queste conseguenze esiste: adottare un modello organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001 e scegliere clienti e fornitori che ne abbiano adottato uno.

L’impresa di cui ti ho parlato non l’aveva fatto e tutti ne hanno subìto le conseguenze. Ecco perché tutti dovrebbero avere a cuore il tema della legalità: tutelando gli interessi del proprio business indirettamente viene tutelato anche quello di chi ti sta intorno e tutti ne beneficiano.

Tu per primo.

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Contributo a cura di:

Avv. Alberto Bernardi

#231 #modello231 #legalità

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