• CLINICA 231

Società straniere e responsabilità 231: il caso della strage di Viareggio



La drammatica vicenda dell’incidente ferroviario accaduto nel 2009 nei pressi della stazione ferroviaria di Viareggio ha sollevato importanti quesiti relativamente all’estensibilità della responsabilità 231/01 alle società straniere. Per quei fatti, invero, risultavano tratte a giudizio anche alcune società tedesche e austriache che si occupavano del trasporto ferroviario del gas propano liquido.

Il problema sorge con riferimento a quelle società (come appunto Gatx Rail Austria GmbH, Gatx Rail Germania GmbH e Jungenthal Waggon GmbH) che pur operando in Italia, non hanno una sede principale nel nostro paese.

I rilievi critici rispetto alla possibilità di punire ai sensi della 231/01 anche tale tipologia di enti sono tutt’altro che campati per aria.

Il D.Lgs. 231/2001 non affronta la questione e pertanto, per rispondere a questo quesito, occorre lavorare in via interpretativa.

Si è soliti sostenere che la responsabilità amministrativa degli enti derivante da reato consista in una forma di colpa di organizzazione. In altre parole l’ente viene punito per non aver adottato al proprio interno un sistema di organizzazione (il Modello) che ha la funzione di scongiurare la realizzazione di una serie di reati.

Se questo è l’assunto di partenza, allora il luogo dove si concretizza questa colpa di organizzazione non può che essere la sede all’estero dell’ente. Lì, infatti, è localizzato il centro imputazione degli interessi e delle decisioni dell’ente. Pertanto se è all’estero che avviene quel deficit di organizzazione/prevenzione è illogico sostenere che l’illecito possa dirsi commesso in Italia e quindi sottostare alla legislazione punitiva italiana.

Che debba essere valorizzato il profilo della colpa di organizzazione ne da una conferma implicita anche lo stesso D.Lgs. 231/2001 laddove prevede che si applichi la disciplina all’ente italiano con sede in italia ma che realizzi l’illecito all’estero!

L’argomento diventa ancor più convincente se si considera che non tutti gli ordinamenti stranieri hanno una disciplina assimilabile a quella del D.Lgs. 231/01.

A questo punto, quindi, si pretenderebbe di punire un soggetto (l’ente) che realizza la condotta che sta alla base della responsabilità in uno stato estero laddove non è nemmeno previsto l’obbligo di adottare modelli organizzativi per la prevenzione degli illeciti!

In Giurisprudenza, tuttavia, tali argomentazioni non hanno fatto breccia.

Si è infatti formato un orientamento (seguito dal Tribunale di Lucca) secondo il quale il D.Lgs. 231/2001 è applicabile anche alle imprese straniere, a prescindere che abbiano o meno una sede operativa in Italia. La Giurisprudenza priva così di ogni pregio il profilo della colpa di organizzazione. Secondo i giudici per il solo fatto di operare in Italia le imprese straniere devono rispettarne le normative; diversamente argomentando si incoraggerebbero le imprese a trasferire la propria sede all’estero per sottrarsi all’applicazione della normativa.

Quale che sia l’esigenza logico-ordinamentale alla base di tale forzata estensione della giurisdizione non è dato comprendere.

L’unica plausibile esigenza, ipotizzando, potrebbe essere quella di aumentare lo spazio di tutela risarcitoria per i soggetti danneggiati dal reato, aspetto evidentemente molto sentito con particolare riferimento alla strage di Viareggio. In altre parole: più enti, più solvibilità.

Tale argomentazione potrebbe essere anche condivisibile se non fosse che il legislatore italiano ha escluso la possibilità da parte dei danneggiati dal reato di costituirsi parte civile nel procedimento "231". Tale scelta è stata validata dalla Corte di Cassazione dalla Corte Costituzionale e, per finire, anche dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Quindi, questione chiusa? Non proprio.

Nell’ottobre 2016 la Corte d’Assise di Taranto nell’ambito del noto procedimento ILVA ha ammesso numerose costituzioni di parte civile nei confronti degli enti chiamati a rispondere ai sensi del D.Lgs. 231/2001 rimettendo così in discussione uno dei (pochi) punti fermi in materia di responsabilità amministrativa degli enti.

E gli enti italiani che “commettono” reati all’estero?

Come già anticipato, su questo aspetto non sussiste alcun dubbio circa la loro piena punibilità. L’art. 4 del D.Lgs. 231/2001 prevede espressamente la possibilità di procedere contro le società con sede principale in italia che abbiano commesso reati all’estero nelle ipotesi previste dagli articoli 7, 8, 9 e 10 del codice penale, salvo che non proceda già lo stato straniero.

In conclusione, sia che si tratti di ente estero operante in Italia sia che si tratti di ente italiano operante all’estero il consiglio non può che essere l’adozione di un Modello Organizzativo 231. Questa scelta è l’unica in grado di coniugare oltre a primarie esigenze di responsabilità sociale d’impresa anche quelle di tutela dell’integrità del business da conseguenze negative quali il danno reputazionale e il danno economico inteso come perdita economica e mancato guadagno.

Contributo a cura di:

Avv. Alberto Bernardi

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