• CLINICA 231

Il non profit, gli scandali e il perché dovremmo riflettere seriamente sulla prevenzione dei reati



Nell’ultimo periodo si è parlato tantissimo dello scandalo degli abusi sessuali nelle ONG ma secondo me dovremmo riflettere un po’ di più anziché limitarci a tirare pietre virtuali come se fossimo senza peccato.

La macchina del fango non fa distinzioni ma non è giusto per due ragioni.

Primo: perché l’organizzazione è fatta di persone, alcune buone altre meno buone, alcune oneste, altre disoneste, alcune integerrime altre viscide.

Secondo: perché quell’organizzazione ha fatto 10, 100, 1000 cose meravigliose che nessun giornale pubblica e che tutti dimenticano.

Ora, al di là della mia personale opinione sul fatto che fare di tutta l’erba un fascio sia sbagliato, c’è un tema che nel mondo del non profit si tratta molto poco: la responsabilizzazione dell’organizzazione.

C’è una cosa che mi colpisce del terzo settore, anzi due cose.

UNO: si tratta di una categoria eterogenea che racchiude realtà e scopi molto diversi fra loro, dall’associazione che tutela i gatti smarriti alla fondazione bancaria.

DUE: quasi nessuno tra gli enti esistenti ha il Modello 231. QUESTO È GRAVE! Lo so, la mia è deformazione professionale, chiaramente sono più sensibile a certe tematiche.

Però, non so come dire … QUESTO È GRAVE!

Non profit non significa nessun obiettivo di creare un lucro.

Mi spiego, la finalità non è il lucro ma è evidente che una parte della gestione debba averlo come obiettivo. Un lucro non soggettivo, ovvio, ma qualunque sia la mia attività questa ha un costo che va coperto con delle entrate.

Il punto è: che io venda case, biscotti, pacchetti finanziari o mi occupi di promozione sociale, di cultura, di sport, di arte, di lirica, di tutela dei vulnerabili, devo far quadrare i conti. Sempre.

Ci sono anche altre questioni delicate, come la gestione dei contratti e delle concessioni pubbliche, la gestione finanziaria dalle donazioni, la grande mole di denaro contante legato ad alcune campagne di fund raising.

L’attività del terzo settore è senza dubbio fondamentale nella nostra società soprattutto vista la progressiva erosione del welfare (giuro che questa frase non l’ho rubata dal sito di un sindacato)

Questa attività, tuttavia, deve essere regolamentata mantenendo uno sguardo attento sulla realtà, nel senso che non si può pensare di dettare regole uniche in un universo così variegato perché sarebbe come pretendere dall’arrotino sotto casa gli stessi adempimenti che vengono chiesti alla multinazionale quotata.

Però, lasciamelo dire, la mancanza del Modello 231 nella stragrande maggioranza delle realtà di dimensione medio grande… beh …..(ti aspettavi che avrei scritto “questo è grave” ma non sono così prevedibile come credevi)

Non sto facendo una colpa a chi non ha il Modello 231, sto cercando di capire perché organizzazioni così proiettate su temi importanti, dalla cura delle persone, alla cultura, alla musica, allo sport sono proprio quelli che meno investono sulla gestione della legalità nella propria organizzazione.

Queste organizzazioni nascono per creare benefici che non sono immediatamente misurabili con le logiche dell’impresa profit bensì il loro scopo è gestire in maniera strutturata il sogno dei fondatori. Però, non nascondiamoci dietro a un dito, se lavori nel non profit devi raccogliere fondi, devi gestirli e devi rendicontarli. Questi fondi possono provenire da fonti pubbliche o da fonti private; si tratta di denaro o di concessioni d’uso a titolo gratuito o a canoni fuori mercato, si tratta di accesso a banche dati, utilizzo di software, fornitura di materiali, eccetera.

Altro aspetto fondamentale: le risorse umane, dal lavoro retribuito al volontariato, fino ad altre forme di lavoro non retribuito a favore della collettività.

L’elemento umano è sottovalutato: ogni persona che lavora per un ente non profit porta nelle proprie tasche l’intera reputazione dell’ente. Il valore della reputazione è l’elemento che dovrebbe determinarti a investire su un modello 231 tailor made.

"Chi non fa non falla" diceva un saggio ma chi fa viene spesso coperto di sputi e questa regola vale dappertutto ma in modo esponenzialmente maggiore nel non profit. Qui, devi essere inattaccabile. Giusto o sbagliato è così.

Ho deciso di cercare alcune caratteristiche comuni agli enti non profit e ho pensato a queste (se non sei d’accordo o hai altri spunti scrivimi pure compilando il form):

1) la forte connotazione etica e di missione nello svolgimento delle attività istituzionali;

2) un’organizzazione interna molto focalizzata sulla missione ma poco sensibile a tematiche come il controllo interno;

3) il ruolo fondamentale del fund raising;

4) il peso sociale delle attività svolte.

Il non profit corre un rischio molto grande: attira ANCHE persone che non sono mosse da una abnegazione per la mission aziendale ma da interessi molto meno nobili che possono soddisfare in queste organizzazioni più che in altre proprio a causa della carenza di controlli interni.

Il problema sta nel sogno? No, però chi sogna dovrebbe camminare mano nella mano con un cinico.

I fondatori hanno una visione e un’energia unica e rara ma hanno anche un grande difetto: credono tanto nel prossimo, credono che i loro valori siano condivisi dai collaboratori e si aspettano da questi la stessa passione, la stessa abnegazione, la stessa integrità.

Questa aspettativa spesso si traduce nella speranza che “andrà tutto bene” e poi si trasforma in un non investimento su adeguati sistemi di controllo.

Tu, se sei quel sognatore, fatti un regalo e rispondi (con sincerità) a queste domande:

- Esiste un organigramma nella tua organizzazione?

- Esistono mansionari e job description?

Con il termine “esistono” intendo “sono nero su bianco” e non “le conosciamo ma non le abbiamo scritte”

- Esiste una chiara separazione delle funzioni tra chi rileva un bisogno, chi autorizza la ricerca, chi approva la scelta e chi firma?

- Quando presentate un progetto da finanziare ad un Ente pubblico esiste una separazione di funzioni tra chi prepara la documentazione, chi la verifica e chi presenta la domanda firmata?

- Come gestite le donazioni?

- Esiste una procedura formalizzata per la rendicontazione?

- Esiste un sistema di segnalazione di illeciti interno?

- Esiste un sistema disciplinare con sanzioni per chi commette illeciti?

Nelle società commerciali c’è un chiaro meccanismo di causa effetto: crescita della dimensione + crescita del fatturato = crescita della complessità gestionale = necessità di strutturare e formalizzare maggiormente le procedure.

Nel terzo settore riscontro la mancanza di questa consapevolezza e molti operatori si ritrovano a gestire una organizzazione molto ampia e ramificata senza il paracadute di un adeguato sistema di controllo interno.

È un po’ come correre ai trecento all’ora senza cinture di sicurezza e, diciamolo, pure senza parabrezza.

Fammi parlare un po’ di legge: la riforma del III settore, il nuovo Codice del Terzo Settore.

Ti svelo il Terzo Segreto del Terzo Settore: si parla anche di 231.

Ti svelo un altro segreto: prima di questa riforma, l’A.N.A.C. (l'Autorità Nazionale Anti Corruzione) ha pubblicato le Linee Guida per l’affidamento di servizi a enti del terzo settore e alle cooperative sociali indicando espressamente che gli enti non profit devono dotarsi di un modello di organizzazione di cui al d.lgs. 231/2001 e che le stazioni appaltanti devono verificare questo adempimento.

Ti fermo subito perché ti vedo già che sei già saltato in piedi sulla sedia e stai per chiamare il tuo ufficio appalti: queste linee guida non sono Leggi, quindi, non è stato introdotto un OBBLIGO per gli enti del Terzo Settore di dotarsi del modello 231. PERÒ, l’Anac ha assunto (dal 2014) anche la veste di autorità di vigilanza sui contratti pubblici e può emanare atti di carattere generale (come le Linee Guida).

Quindi, queste linee guida sono “non obbligatorie ma…”, cioè, non sei costretto ma magari se ti parlo di Codice dei Contratti Pubblici, requisiti di capacità tecnico-professionale, requisiti di esecuzione dell’appalto ... allora capisci che è il momento di chiamare il tuo ufficio appalti e chiedere due info.

It’s Matematica time: 2+2= ?

La 231 nella riforma del terzo settore + le linee guida Anac = dovresti iniziare a pensare seriamente al Modello 231 (aggiungi + sentenza del 22 marzo 2011 del GUP presso il Tribunale di Milano che ha condannato un ente non profit nell’ambito di un processo penale 231)

Il Modello 231 non è una burocrazia inutile ma un’opportunità di miglioramento unica per evitare situazioni spiacevolissime.

Non devo dirtelo io, quel tizio che si intasca i soldi pubblici o che sgraffigna le donazioni ritroverà il proprio nome sulle carte dei processi ma la faccia sui giornali è la tua, il nome sui giornali è quello della tua organizzazione. Sui giornali c’è il logo di una realtà che ha fatto tantissimo e anche di più per gli altri e che per colpa di una mela marcia viene ricordata da tutti per quel fatto scandaloso.

Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce dice sempre il saggio di prima. È giusto? È sbagliato? È così.

Tu hai dato l’anima e il sangue per creare qualcosa di bello e di pulito però da oggi sai che tutto può crollare perché il tuo sogno non sempre è condiviso.

Proteggi il tuo sogno! Oltre ad adottare bambini a distanza, adotta anche un Modello 231 con efficacia esimente per la tua organizzazione, per prevenire il rischio della commissione di reati e per identificare e cacciare le mele marce prima che intacchino le mele buone.

Contributo a cura di:

Avv. Emanuele Mansuelli

#modello231 #231 #terzosettore #nonprofit #legalità

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